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venerdì 14 giugno 2019

Consiglio di Stratto

Perdonatemi il gioco di parole e soprattutto l'eufemismo.  L'ennesima scandalosa sentenza del Consiglio di Stato contro i residenti di Poggio dei Pini meriterebbe ben altri aggettivi ed imprecazioni. Diciamo che il tizio che è atterrato a Bari per sbaglio avrebbe saputo essere più incisivo e chiaro, in uno situazione come questa.
Quando un magistrato emette una sentenza "non gradita", di cui ci si lamenta, c'è sempre qualcuno che dice: "le sentenze non si commentano, si rispettano", oppure "il magistrato applica semplicemente la legge, è un mero esecutori", e ancora "i magistrati sono persone come tutti noi e possono sbagliare". Nell'epoca dei social media si dice anche "ecco sono arrivati i giuristi di Facebook".

Tutto vero, però quello che sta succedendo a Poggio dei Pini da qualche anno merita quantomeno di essere commentato. Le sentenze non si commentano? E chi l'ha detto? Non scherziamo su queste cose.

Inoltre quando parliamo di Consiglio di Stato ricordiamoci che l'iter prevede che prima ci sia stata una sentenza di altri giudici, quelli del Tribunale Amministratvo Regionale. Non quindi "i giuristi di facebook", ma professionisti preparati che hanno sentenziato che le mozioni proposte dai residenti della nostra comunità erano giuste e motivate. 
Come sappiamo, in entrambi i casi sono intervenuti poi loro, i consiglieri di stato, per annullare la sentenza emessa dal TAR andando, di conseguenza, sempre contro le aspettative dei cittadini.

Grazie al Consiglio di Stato oggi i 6 km quadrati del territorio di Poggio dei Pini, con i suoi 2500 abitanti,  costituiscono l'unico lembo italico in cui un soggetto privato (la Cooperativa) gestisce i cosiddetti "servizi indivisibili" (fogne, acqua, strade) che invece nel resto d'Italia vengono affidati per legge all'ente pubblico anche sulla base di una tassazione che, ormai da tanti anni, è espressamente indirizzata proprio alla gestione di quei servizi. Ergo, sempre grazie al Consiglio di Stato, i residenti di Poggio dei Pini devono pagare due volte per lo stesso servizio che gli altri italiani pagano una sola volta, il che contraddice il principio di ugualianza di tutti i cittadini sancito dalla Costituzione. 

Non bastava questa stortura già di per se incredibile. Il Consiglio di Stato lancia addosso ai poggini (ma in questo caso a tutti i capoterresi) un'altra tegola.  Sempre in contrasto con quanto sancito dal TAR, il Consiglio ritiene che sia legittimo che una amministrazione pubblica (in questo caso la Regione Sardegna guidata da Pigliaru)  porti avanti una iniziativa che, dietro lo scudo della "sicurezza idrogeologica", depone una colata di cemento orripilante in uno dei luoghi più belli del Comune di Capoterra e che possa farlo nonostante l'opposizione dei cittadini che ci abitano, con il Comune stesso in prima fila.

Ovviamente i giudici del Consiglio abitano da tutt'altra parte, ma a questo punto una domanda sorge spontanea. Non è che ce l'hanno con i coleghi del TAR e che per questo dobbiamo pagare noi tutti?
Mentre le magistrature della penisola fanno registrare gravissimi episodi di corruzione al loro interno, il Consiglio di Stato si dimostra deludente con sentenze inspiegabili come questa.  
Con una politica che non accenna a diminuire il suo livello di inefficacia e di disonestà, ci rimaneva solo la magistratura a far splendere la luce della giustizia e della democrazia in questo paese, alimentata anche con il sangue di giudici-eroi come Falcone e Borsellino. Evidentemente non sono tutti della stessa pasta e quando leggiamo sentenze come queesta ci scendono le braccia (eufemismo) a terra. 

A questo punto che la palla ritorni nel campo della politica, che si mantengono i proclami e le promesse fatte prima delle recenti elezioni regionali e che questo incubo di cemente venga definitivamente calciato con forza lontano da qui. Siamo stanchi di queste cose.

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